La ragazza che non voleva essere trovata

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Luca, Chiara, Erika, Michele, Elena, Alessia... Nei protagonisti di questo romanzo si riconosceranno molti lettori, per primi i più giovani, i loro coetanei. Gli altri, quelli con qualche anno in più, si accorgeranno presto, invece, di avere tra le mani una preziosa opportunità: quella di “usare” le loro esperienze, i loro pensieri, le loro parole, per capire qualcosa di più di un’intera generazione. E forse anche di questo nostro Paese. Di un’Italia, scrive il giovane autore, che “ti fa sentire così, come uno scrittore pieno di idee ma senza carta o penna, in un cumulo di rabbia repressa, che puoi sfogare solo su un sacco da boxe o con l’alcool e la droga”.

E’ la vita di una provincia italiana, con i suoi vuoti, con la noia che spaventa, con la ricerca di qualcosa di diverso, che dia un senso, o anche solo il brivido di un momento. Una ricerca a volte disperata, come sotto “un comune giogo” che spinge alla socializzazione forzata per uscire dallo spettro della solitudine, per essere qualcuno, o semplicemente per apparire, per provare agli altri che esisti, che ci sei. “Il futuro è lì davanti a me, e qualunque esso sia, la strada è in salita e dietro di me la coda spinge”: così dice Luca, in uno dei momenti in cui i suoi pensieri vanno giù, nel profondo. E al tempo stesso si allargano, perché non è solo di sé che parla, non è solo la sua, di vita, che descrive.

In queste pagine, infatti, ci sono le inquietudini, le ansie, le incertezze e i sogni, ancora nemmeno messi a fuoco, di un ragazzo di venticinque anni che di fronte alla realtà è portato a fuggire, cercando riparo in un amore se non virtuale sicuramente astratto, a costo di far male a se stesso e a chi gli è più vicino. Ma c’è anche di più. Le speranze, le ansie, le inquietudini e purtroppo il senso di vuoto, da riempire alla svelta e freneticamente, sono quelli di tutta una generazione. Tutta.

A comprendere quelli che finiranno, o già sono, dalla parte di chi vive “per produrre e arricchirsi”. Di coloro che “provano a fregare il prossimo quando ne hanno la possibilità”, che “hanno una famiglia perfetta in apparenza e due o tre amanti in ufficio”, che sono sempre ben chiusi nel loro egoismo e sempre “attenti agli immigrati, ai gay, ai travestiti, ai poveri, ai cinesi, ai depressi e ai tossici”.

A comprendere, dall’altra parte, quelli che invece cercano di non farsi trascinare da questa brutta e pericolosa corrente, e cercano comunque di nuotare con le proprie forze. Anche se è più difficile. Anche se a volte si sta più male di chi invece pensa solo a divertirsi, a “sballarsi”, ad arrivare prima degli altri prendendo una scorciatoia o magari anche aggirando gli ostacoli, imbrogliando, calpestando le regole.

Luca, e con lui credo di poter dire l’autore, che ad un certo punto fa dire al suo personaggio narrante di voler rifiutare la consuetudine del “compromesso morale”, sta da questa seconda parte. In modo inequivocabile. Senza farne mistero. Anche se questo significa avere molti più dubbi, porsi più interrogativi, soffrire di più. E alla fine, come si vedrà, avere anche dei rimorsi. E delle risposte che non arrivano e probabilmente non arriveranno mai.

Significa questo, stare da una parte invece che dall’altra. Significa che la strada è più dura, più faticosa. Ma è l’unica, senza anticipare nulla della conclusione di questo romanzo profondo, sincero e scritto con lievità, che può permettere ad un individuo di voltarsi indietro, un giorno, per riguardare la propria esistenza, per ripensare ai propri genitori, per guardare ai propri figli, con la serenità di chi ha vissuto davvero. E che per questo negli occhi potrà mantenere “ancora una luce, come una scintilla”.

Walter Veltroni

 

La ragazza che non voleva essere trovata